L'ostetrica può somministrare boli analgesici alla partoriente in caso di partoanalgesia?

Parere condiviso dal Comitato centrale e dall'Ufficio legale della FNCO (febbraio 2012).

Premesso che:

Secondo la letteratura medica le tecniche di analgesia regionale, come l’epidurale o l’analgesia combinata epiduralespinale, rappresentano le tecniche più efficaci per il controllo del dolore del travaglio. Una volta che l’analgesia è iniziata, o attraverso l’epidurale o la tecnica combinata epidurale-spinale (CSE), il mantenimento dell’analgesia per tutta la durata del travaglio, fino al momento del parto, può essere ottenuta con tecniche diverse.
 
La somministrazione di boli epidurali intermittenti di soluzioni analgesiche da parte dell’anestesista attraverso il catetere epidurale rappresenta la tecnica standard in diversi Paesi, nei travagli normali e quando vi sia la disponibilità dello staff anestesiologico in sala parto. Tali somministrazioni  effettuate anche dall’ostetrica, su indicazione medica, sono normalmente regolate in base al dolore delle partorienti o ad intervalli regolari, basati sulla durata dell’azione di ciascuna dose.
 
Questo tipo di regime, comunque, presenta delle limitazioni: per prima cosa, se le dosi non vengono somministrate negli intervalli che precedono la seguente fase di dolore, la partoriente lo avvertirà, a causa della riduzione dell’effetto analgesico. In secondo luogo, la somministrazione intermittente richiede interventi frequenti da parte dell’anestesista e controlli assidui.
 
Di queste tecniche anestesiologiche (in caso di partoanalgesia), responsabile diretto è il medico anestesista che sotto la sua vigilanza può chiedere assistenza e collaborazione all’ostetrica. E' l'anestesista che  prepara e prescrive (in termini di quantità e temporalità) la soluzione analgesica in catetere peridurale da applicare alla paziente.
 
Va notato in proposito che è sempre più frequente l'utilizzo, in alcune strutture sanitarie, della tecnica PCEA (Patient Controled Epidural Analgesia) che permette alla partoriente di autosomministrarsi “piccoli boli” di soluzione analgesica nel cateterino epidurale fino a raggiungere il livello analgesico desiderato, permettendole di controllare il dolore. Invero tale attività è impostata e diretta dal medico anestesista, in accordo con il ginecologo e l’ostetrica, non trattandosi di una gestione totalmente autonoma della partoriente, in quanto ad eccezione della meccanica ripetizione delle somministrazioni che ben può essere demandata a terzi, la più specifica attività di monitoraggio delle condizioni materno-fetali e la scelta d'intervenire eventualmente, modificando le prescrizioni, è responsabilità specifica degli specialisti.
 
Sotto questo profilo l'ostetrica, sotto la vigilanza e indicazione del medico anestesista, certamente potrà supportare la paziente nella somministrazione dei boli analgesici secondo l'esperienza che le appartiene in stretta sinergia col medico che interverrà tempestivamente in caso di documentate complicanze  a carico di madre e feto.
 
Conclusioni
 
Nelle tecniche anestesiologiche (in caso di partoanalgesia), responsabile diretto è il medico anestesista che sotto la sua  vigilanza può  chiedere assistenza e collaborazione all'ostetrica anche in merito alla somministrazione dei boli epidurali intermittenti di soluzioni analgesiche. E’ sempre più frequente l'utilizzo, in alcune strutture sanitarie, della tecnica PCEA (Patient Controled Epidural Analgesia) che permette alla partoriente di autosomministrarsi “piccoli boli” di soluzione analgesica nel cateterino epidurale fino a raggiungere il livello analgesico desiderato, permettendole di controllare il dolore. In base a questo profilo l'ostetrica, sotto la vigilanza e indicazione del medico anestesista, certamente potrà supportare la partoriente nella somministrazione dei boli analgesici secondo l'esperienza che le appartiene in stretta sinergia col medico specialista che sarà tenuta a far intervenire tempestivamente in caso di constatate complicanze materno-fetali.

 

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